“Franciacorta vs Prosecco”, basta! Un appello ai content creator

Un appello alla responsabilità per blogger, content creator e influencer del vino

Titoli come “Le differenze tra Franciacorta e Prosecco” continuano a spuntare nel web. Blog, reel, video, post, caroselli Instagram e chi più ne ha più ne metta. Pur comprendendo la necessità – e in parte la sfida – di rendere il mondo del vino accessibile e comprensibile a tutti, è arrivato il momento di lanciare un appello agli amici blogger, content creator e influencer perché semplificare non significa distorcere, storpiare o “mentire sapendo di mentire”, come diceva qualcuno.

Quando si parla di confronto tra Franciacorta (potremmo parlare di altre denominazioni, ma di fatto è la più famosa del Bel Paese) e Prosecco, il primo errore sta già nel titolo. Si dovrebbe parlare, semmai, di Franciacorta Docg e Prosecco Superiore DOCG. Generalizzare con un “Prosecco” buttato lì, senza specificare se si parla della DOC Treviso, del Prosecco DOCG di Conegliano Valdobbiadene, o di Asolo Superiore, significa svuotare di significato un intero territorio e il lavoro di migliaia di produttori.

Il secondo grande errore, a mio parere, è il tentativo di “avvicinare” due vini che nascono da metodi produttivi profondamente diversi. Franciacorta è Metodo Classico, con rifermentazione in bottiglia e lunghi affinamenti sui lieviti. Il Prosecco Superiore è Metodo Martinotti (o Charmat), con rifermentazione in autoclave, pensato per valorizzare la freschezza, il frutto, la fragranza. E non è poco: vitigni diversi, vengono esaltati in maniera diversa.

Non c’è un meglio o un peggio: ci sono stiliterritoristorie diverse. E raccontarli con onestà e precisione è l’unico modo per farli conoscere al grande pubblico senza svilire la loro identità.

Non si può fare un paragone serio senza sapere (o fingendo di non sapere) cosa si sta confrontando.

Chi ha la fortuna e la passione di parlare di vino che sia davanti a un microfono, dietro una tastiera o con uno smartphone in mano – ha la responsabilità di raccontarlo con rispetto. Con un tesoro di vini come quello che abbiamo in Italia che merita di essere divulgato con tutto l’amore del mondo, con semplicità certo, ma pur sempre con quel “rigore minimo” che i nostri vini meritano.

Insomma, dobbiamo alzare l’asticella, tutti.

Quindi, cari amici del vino digitale, uniamo le forze e iniziamo a chiamare le cose con il loro nome. Le bollicine italiane hanno bisogno di ambasciatori, di contenuti nei contenuti. Anzi, di contenuti oltre i contenuti.

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