Vigneti Pittaro, studiando s’impara. Ecco il Metodo Classico friulano secondo l’enologo Stefano Trinco

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Le bollicine friulane, si sa, sono toste, minerali, forse lontane dalle acidità montane. Sono dinamiche e potenti, complesse ma allo stesso tempo dotate di una schiettezza esemplare.

Stefano Trinco, enologo

Stefano Trinco, enologo delle tenute Pittaro

Abbiamo ritrovato queste caratteristiche nei Metodo Classico di Vigneti Pittaro, azienda di Codroipo situata nel cuore della provincia di Udine. Abbiamo assaggiato gli spumanti Metodo Classico Talento Blu Etichetta Argento (80% Chardonnay, 20% Pinot Bianco e 30 mesi sui lieviti) e Talento Etichetta Oro (80% Chardonnay, 20% Pinot Bianco e 60 mesi sui lieviti) – oltre alla Ribolla Gialla della linea “Ronco Vieri” (18 mesi sui lieviti) – che si sono fatti apprezzare per la grande pulizia gusto-olfattiva.

Abbiamo poi fatto una chiacchierata con l’enologo aziendale Stefano Trinco, che ha raccontato i segreti di questi champenoise “nostrani”.

Ecco l’intervista…

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Il nostro assaggio

Da dove nasce l’interesse dell’azienda Vigneti Pittaro nei confronti del Metodo Classico?

«Il nostro spumante Metodo Classico nasce nel 1982 grazie a Piero Pittaro che, in qualità di enologo ma anche titolare, ha cercato di mettere in bottiglia la sua smodata passione per l’affascinante mondo delle bollicine.

Una scelta che, vista ora, può risultare lungimirante, ma che in realtà rappresentava una sfida che ogni enologo in cuor suo vorrebbe fare: produrre nel proprio territorio uno spumante di alta qualità utilizzando il metodo più nobile.

Se facciamo un salto indietro nel tempo (al 1982) si provi ad immaginare un produttore che inizia ad investire in un settore, quello della spumantistica, per il 90% in Italia costituito da Moscato piemontese e qualche sua imitazione.

Pochi ancora producevano uno spumante Metodo Classico e questi pochi erano localizzati in Trentino e Oltrepò Pavese. La Franciacorta, ancora, era poca cosa.

Pittaro decise da subito di puntare oltre ai classici vini fermi anche a una bollicina. Ma doveva essere bollicina di qualità. Ovvia la scelta di optare per il Metodo Classico in quanto frequentava spesso la Francia, terra a lui conosciuta in quanto i viaggi di aggiornamento lo portavano spesso Oltralpe»1610037_10152002146056902_1271393019_n

Quali caratteristiche del terroir friulano volete esaltare con i vostri spumanti?

«Siamo ben consci che dobbiamo proporre sul mercato uno spumante sì Metodo Classico ma che rappresenti anche il Friuli.

Ecco quindi la scelta di non avere acidità elevatissime ma di raccogliere uve a giusta maturazione e che possano, una volta trasformate in vino base, donare una personalità territoriale alle future bollicine»

 Che tipo di bollicine pensate di avere ottenuto? Ci sono accorgimenti particolari che adottate in vigna o in cantina per esaltare l’aspetto qualitativo o particolari sentori?

«Abbiamo sempre puntato sui vitigni da Metodo Classico tradizionali: Chardonnay, Pinot bianco e Pinot nero. Li riteniamo i più adatti alla spumantizzazione in bottiglia grazie alle doti di finezza, qualità e tipicità che da essi si possono ricavare. Da poco ci siamo affacciati al mercato con una Ribolla gialla che rappresenta l’approccio autoctono al Metodo Classico. I risultati sono buoni ma, onestamente, non all’altezza dei nostri prodotti tradizionali. La tecnica c’è, l’applicazione pure ma forse le potenzialità dei vitigni sono semplicemente spostati a favore dei vitigni di origine francese»

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Vigneti friulani

In un mercato come quello della spumantistica italiana in cui ci sono denominazioni che detengono gran parte della “fetta”, in che modo ci si fa conoscere e apprezzare?

«Abbiamo iniziato il nostro percorso nel mondo degli spumanti in anni in cui lo spumante italiano era rappresentato dal Moscato d’Asti. Abbiamo vissuto la crescita dei vini bianchi fermi degli anni Novanta e siamo sopravvissuti al boom dei rossi di inizio 2000. Ora stiamo convivendo con lo tsunami Prosecco che sembra togliere energie alle altre bollicine per l’approccio semplicistico (spumante=prosecco) con cui i consumatori valutano questi prodotti. In tutti questi anni il filo conduttore che abbiamo adottato per valorizzarli è stata la nostra firma: il marchio Pittaro. Ovviamente per firma intendiamo l’etichetta ma anche tutto ciò che ci sta dietro e, se preferiamo, dentro la bottiglia: la serietà della nostra azienda, la ricerca del miglioramento qualitativo, gli studi e gli aggiornamenti sulle metodologie di produzione, la caparbietà con cui abbiamo insistito nel proporre un sistema di produzione che andava controcorrente rispetto al più facile Charmat, il miglioramento dell’immagine e la perseveranza nel voler raggiungere l’obbiettivo. C’è da dire che abbiamo creduto e continuiamo a credere anche nel progetto Talento che avrebbe dovuto identificare il Metodo Classico italiano, continuiamo ad inserirlo nell’etichetta nella speranza che possa affermarsi nel mondo della spumantistica italiana»

Francesco Vigato

La mini-guida dei Vignaioli Indipendenti. Tante (fantastiche) etichette degustate per voi al Mercato FIVI di Piacenza.

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I banchetti sono ben apparecchiati. Tutti uguali, precisi, quasi delle bomboniere vinicole. Ogni produttore ha poi la libertà di disporre come vuole le bottiglie e può anche scegliere come valorizzare questa o quella etichetta, magari affiancandoci un album di foto raffiguranti i luoghi simbolo della propria denominazione o un semplice depliant aziendale.  Alle 12 del sabato, giorno di apertura del Mercato dei Vignaioli Indipendenti FIVI c’è già la fila per i carrelli. Ma c’è spazio per tutti nel grande padiglione di Piacenza Expo: per i 501 espositori, per gli addetti ai lavori, per l‘esercito dei calici pronti a degustare. E c’è anche uno spirito di grande amicizia che difficilmente si incontra nelle altre kermesse dedicate al vino. Fra le corsie, infatti, è difficile trovare un produttore che non abbia voglia di spiegare il metodo di produzione dell’etichetta “di punta”, raccontare le difficoltà del lavoro in vigna o condividere un resoconto dell’ultima vendemmia.

Insomma, c’è (ovviamente, verrebbe da dire) tanto da bere. E ci sono pochi lustrini. Tanta storia e un po’ meno merchandising. Perché così deve essere un evento legato al nettare di bacco. Così e nient’altro. Con il territorio e il lavoro in vigna al centro di tutto, oltre ad una buona dose – lo ripeteremo sempre – di convivialitàContinua a leggere

Tre ragazze, una bollicina. Ecco Salísa, il Metodo Classico di Villa Corniole…

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Sara, Linda e Sabina. Dai nomi di queste tre splendide ragazze, oltre che dalla passione di papà Onorio e mamma Maddalena, è nato il Metodo Classico Salísa, spumante della Val di Cembra firmato da Villa Corniole.

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Vigneti in Val di Cembra

Vigneti terrazzati e sfondi montani disegnano infatti il contorno dell’azienda di Giovo (TN) già conosciuta per i vini fermi (bianchi e rossi) di pregio: d’altra parte, la famiglia Pellegrini, dal Gewürztraminer al Teroldego, da molti anni soddisfa nasi e palati degli amanti delle etichette di montagna, brillando per naturalezza e grande attaccamento al territorio.

Stavolta, però, con lo Chardonnay, gli enologi di casa (fra i quali il giovane Mattia Clementi) hanno voluto eccellere fra remuage e sboccature, con due tipologie di champenoise, Brut e Dosaggio Zero, destinate – parere nostro – a giocare  un ruolo da protagoniste nel panorama vinicolo trentino (e non solo). Continua a leggere

Ferrari Perlé Zero, un mosaico di millesimi. Ecco il nostro assaggio …

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Quando si parla di Ferrari le aspettative sono sempre altissime.

Un po’ perché l’azienda spumantistica di Trento ha abituato appassionati e addetti ai lavori a prodotti di spessore, conosciuti a livello internazionale e capaci di tirare per la giacchetta i giganti della Champagne (soprattutto il “Giulio Ferrari Riserva del Fondatore”), e un po’ perché la linea Perlè, nelle sue varie declinazioni, è sempre riuscita (e riesce ancora) a soddisfare tutte le fasce di pubblico, dai consumatori esperti ai neofiti del perlage.

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Cantine Ferrari, Trento

È innegabile che per il Trentodoc Perlé Zero, lanciato a fine settembre dalla famiglia Lunelli con un fitto programma di eventi e degustazioni, l’attesa e la curiosità fossero ai massimi livelli.

Questo perché la nuova etichetta – gradevole per design e modernità (realizzata dallo Studio Robilant Associati) – va a stuzzicare i puristi della bollicina, che si stanno orientando sempre di più verso il magico mondo degli spumanti non dosati”, particolarmente sinceri nel raccontare il territorio di provenienza proprio per l’assenza di quel filtro aromatico rappresentato dallo sciroppo di dosaggio (o liqueur d’expédition). Continua a leggere

«La Val di Cembra è il paradiso delle bollicine italiane». La nostra intervista ad Alfio Garzetti di Opera Vitivinicola

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Alfio Garzetti è un vulcano. Un vulcano d’orgoglio, verrebbe da dire, soprattutto quando

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Alfio Garzetti

parla della sua terra, la Val di Cembra, considerata una sorta di giardino dell’Eden delle bollicine.

E non solo: il co-patron (insieme a Bruno Zanotelli) di Opera Vitivinicola illustra le etichette del sodalizio di Giovo (frazione di Verla, piccolo comune della Provincia di Trento) con la soddisfazione di chi è cosciente di aver realizzato prodotti di pregio, «tutti spumanti, perché in questo fantastico mondo ci vuole anche un po’ di specializzazione», le sue parole.

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Vigneti in Val di Cembra

La Val di Cembra, dicevamo: una striscia di terra che abbraccia le Dolomiti di Fiemme, fra piccoli centri abitati e meravigliosi pendii. «Una zona perfetta», spiega Alfio Garzetti. «in cui le caratteristiche pedoclimatiche possono considerarsi uniche per la produzione di champenoise. C’è una forte escursione termica, anche 15-16 gradi fra giorno e notte, che permette di raggiungere un’acidità perfetta delle uve. Altra caratteristica è l’altitudine, con vigneti terrazzati fra i 500 e i 700 metri e un’esposizione da est a ovest che regala la luce solare agli acini per tutto l’arco della giornata. Qui, infatti, si vendemmia a settembre, mica a fine luglio come in altre zone spumantistiche!». La conformazione del terreno è la ciliegina sulla torta: «Porfido e pietra lavica», prosegue lo spumantista Garzetti, «conferiscono mineralità ed elementi sapidi unici alle basi spumante. Proprio per questo la Val di Cembra è probabilmente la zona più vocata a livello italiano. Un terroir fantastico».

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«Sì, le bollicine italiane possono reggere il confronto con i grandi Champagne». La nostra intervista a Roberto Anesi, Miglior Sommelier d’Italia 2017

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Ha ricevuto pochi giorni fa a Taormina il premio come Miglior Sommelier d’Italia 2017.

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Roberto Anesi, Miglior Sommelier D’Italia 2017

Roberto Anesi, 45 anni, ladino doc di Canazei, si è guadagnato il prestigioso riconoscimento grazie alla sua conoscenza enciclopedica del mondo del vino e alla capacità di raccontarlo con eleganza e spensieratezza.

Abbiamo fatto due chiacchiere con lui: folgorato sulla via dello Champagne («Una degustazione di bollicine d’Oltralpe mi ha aperto un mondo straordinario»), Anesi ha poi scoperto, nel corso della sua avventura di Sommelier AIS tutte le sfaccettature della spumantistica italiana, a suo dire «un’eccellenza di livello mondiale».

Roberto Anesi, lei nella vita di tutti i giorni è anche ristoratore (è infatti l’anima del Wine-Restaurant “El Pael” di Canazei, ndr). Quali sono le bollicine più richieste?

«Penso vada fatta una distinzione: ci sono consumatori più evoluti, che cercano etichette di nicchia. Altri, invece, sono portati a chiedere un Prosecco o un Franciacorta senza far troppo caso alle differenze fra Metodo Classico e Charmat. Insomma, si basano sul passaparola e sulla pubblicità e, dunque, vanno indirizzati e aiutati nella scelta, nell’uno e nell’altro senso».

In Italia Franciacorta e Trentodoc sono gli spumanti più conosciuti: stesse uve ma terroir diversi. Come riassumerebbe le differenze fondamentali fra queste  importanti denominazioni?
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Il Franciacorta è anche “Satèn”. Ecco le bollicine di Tenuta Monte Delma.

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La tenuta Monte Delma

Il Monte Delma è un piccolo rilievo. Un colle, per capirci, che sorge tra Passirano e Monticelli Brusati, entrambe località molto conosciute nel panorama della spumantistica bresciana (e italiana, ovviamente!).

 

Da quelle parti, infatti, si produce Franciacorta Docg nelle sue massime espressioni. Monte Delma, però, è anche il nome dell’azienda voluta dalla famiglia Berardi, già nota nel mondo del vino per il Lugana della Valle Sabbia.

«La nostra famiglia punta moltissimo sull’aspetto qualitativo dei Franciacorta Docg»,

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Famiglia Biancardi

afferma Piero Biancardi, una sorta di factotum tra amministrazione, commercio e cantina. «Produciamo circa 100 mila bottiglie all’anno, con il Brut che la fa da padrone per la sua forte rappresentatività. Poi ci sono anche il Satèn e il Rosè che, in particolare, sta andando molto negli ultimi anni per l’ottimo appeal sul pubblico femminile».

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Il Franciacorta Docg secondo Stefano Cola. Ecco le bollicine Extra Brut della Cantina Cola Battista.

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Extra Brut di Cola

C’è una Franciacorta emergente. Ed è quella dei vignaioli che vivono e lavorano a stretto contatto con la natura. Fedele a questa filosofia di produzione delle bollicine, magari meno “piaciona” ma più vicina alla terra è pure Stefano Cola, che porta avanti l’attività del padre Battista, fondatore della piccola azienda di Adro nel 1985.

 

Sono dieci gli ettari di vigneto di proprietà situati nelle immediate vicinanze del Monte Alto, che «coltiviamo secondo regole precise di agricoltura sostenibile», le parole di Stefano Cola, «anche se la priorità  resta sempre quella di seguire i ritmi della natura che permettono di raggiungere nelle uve il giusto equilibrio tra zuccheri e acidi prima della raccolta». Continua a leggere

«La scelta della “particella” è fondamentale per un buon Trentodoc». Mauro Baldessari, Direttore della cantina Vivallis, ci ha parlato del Valentini Millesimato 2013

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Mauro Baldessari, Enologo e direttore della Cantina

«Già nel 1899, come documentato dalla pubblicità su “La Strenna dell’Alto Adige”, Arminio Valentini era il primo in Trentino a produrre spumante di alta qualità».
Questo piccolo richiamo storico campeggia sull’etichetta del Trentodoc Valentini di Weinfeld (che prende il nome dall’esponente della famiglia di proprietari terrieri che riforniva di vino la Casa imperiale d’Austria, ndr) di Cantina Vivallis, sodalizio che, attualmente, raccoglie le uve di ben 800 soci per produrre etichette fortemente rappresentative della Vallagarina. È il team di enologi coordinato da Mauro Baldessari a curare la produzione di Vivallis, anche se, a detta dello stesso Direttore, la maggior parte del lavoro di un tecnico avviene in vigna.

«La qualità di un vino si decide in campagna», afferma Baldessari. « L’enologo, infatti, deve

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Cantina Vivallis

conoscere bene il territorio perché è dai terreni giusti, o da una zona particolarmente vocata, che si ottengono le uve perfette, purché queste siano vendemmiate a mano e in giornata».

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La riscossa dell’Oltrepò Pavese. Paolo Verdi: «Facciamo a gara a chi produce meglio»

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Paolo Verdi con il Cruasè

Cruasè è un marchio vero e proprio. Voluto dal Consorzio Tutela Vini Oltrepò Pavese, il nome riassume i termini cru (che significa “selezione”) e rosè, come il colore del mosto rosa da cui nascono vini 100% Pinot Nero. Ed è proprio il Pinot Nero il vitigno principe di un territorio, l’Oltrepò, che si estende a sud della Lombardia e che, di fatto, stabilisce il confine regionale con Piemonte, Liguria ed Emilia Romagna. In questa striscia di colline e saliscendi si producono bollicine fenomenali come l’O.P. Metodo Classico (Pinot Nero vinificato in bianco, ndr) e, per l’appunto, il Cruasè: «La produzione dei Metodo Classico nella versione rosè è iniziata nel 2007», racconta Paolo Verdi, titolare dell’Azienda Agricola di Canneto Pavese ereditata dal padre, il primo della famiglia ad imprimere il nome in etichetta. «È sicuramente un’ottima espressione del Pinot Nero nella quale il Consorzio crede moltissimo. Il colore rosa carico, tratto caratteristico del Cruasè, lo otteniamo dalla macerazione a freddo delle uve con la propria buccia». Continua a leggere