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Inconfondibile, come un vino che “della tradizione” deve esserlo veramente…

IMG_7261“Noi facciamo viticoltura eroica”. Sì, l’ho sentito dire domenica scorsa durante un assaggio nella bella e illuminante prima edizione di Inconfondibile, il Festival nazionale dei vini rifermentati in bottiglia, tenutasi a Villa Braida, splendida location alle porte di Mogliano Veneto.

Peccato che a pronunciare questa frase non sia stato un produttore che le Rive (ovunque esse siano) le “scala” veramente, ma un collaboratore di una cantina – che peraltro conosco – in una zona che, geograficamente, è vicina alla mia città natale e che di pendenze estreme non può ancora parlare.
Ecco, forse – e questo è un consiglio per le varie aziende – sarebbe meglio inviare ai banchi d’assaggio chi il vino lo fa o comunque ha una preparazione in materia, anche e solo per non fare brutta figura coi colleghi…

IMG_7258E mi dispiace, partire con una piccola nota dolente, forse polemica, perché Inconfondibile, fra assaggi, eccellenze gastronomiche e masterclass, ha offerto veramente ottimi spunti ai partecipanti, soprattutto gente del settore. Perché questo collaboratore d’azienda in questione, purtroppo, ha iniziato ad esaltare i propri vini come se non ci fosse un domani, decantando l’unicità di alcuni vitigni allevati. Come diceva qualcuno in Francia, laissez faire, laissez passer... Ma procediamo in crescendo, con l’altra piccola stonatura: la scarsa bevibilità di alcuni col fondo presentati. Sì, perché è parso, in molteplici assaggi, di avere a che fare con esperimenti dettati dalla moda e dalla ricerca spasmodica della “rusticità”, annunciata in certi casi, che dovrebbe caratterizzare i rifermentati. Hanno detto bene Franco Adami, fra i pionieri del Valdobbiadene di qualità, e Gianpaolo Giacobbo, che della rassegna Inconfondibile è anima e core: c’è chi il “col fondo” non ha mai smesso di farlo. Anzi, è il “col fondo” il vino che ha permesso ad alcuni vitigni di farsi apprezzare e conoscere dapprima negli ambienti contadini e poi nel mondo.

 

A dirla tutta, mi hanno convinto, fra gli assaggi italici, il Lambrusco di Sorbara vinificato in bianco “Christian Bellei” di Cantine della Volta – da annoverare comunque fra i metodo classico -, le etichette di Lusenti (Colli Piacentini) e il Pinot Nero della Cantina del Frignano. La tradizione emiliana nei “Sur Lie” ha fatto la differenza. E lo stesso discorso– e qui siamo all’apice del climax – vale per la “tradizione” trevigiana. A Valdobbiadene, Conegliano ed Asolo ho infatti trovato i migliori col fondo della rassegna.

 

Oltre ai pezzi da novanta, da Renzo Rebuli con Capodieci, un macerato coi fiocchi e il Sul Lievito di Adami, equilibro puro, lo zoccolo duro dei vari FIVI Miotto, con Profondo 2018, Bastìa con il Capo Degli Onesti, Francesco Follador e Siro Merotto (strepitosa l’idea di portare una magnum di “In un sol bianco” come la MAGNUM P.I.), mi ha stupito Tèrmen, il col fondo di Romolo Follador annata 2014. Ma potremmo citare anche Marchiori, Gregoletto e Dal Din.

Insomma, sulle Colline del Prosecco abbiamo trovato la conferma che il col fondo è il vino non solo “della tradizione” ma che “vuole (e necessita di) tradizione”.
Il resto, in molti casi, è ancora un’idea, un obbiettivo. Forse una forzatura.

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Francesco Vigato Mostra tutti

Sono nato a Este, ridente cittadina della provincia di Padova, il 12 gennaio 1990.
Ex calciatore dilettante, mi sono avvicinato al mondo del giornalismo dopo gli esami di maturità. Dal 2009 collaboro con il Mattino di Padova, quotidiano che mi ha permesso di diventare Giornalista Pubblicista.
Ho conseguito la laurea in Giurisprudenza all'Università degli Studi di Padova con una tesi in Diritto Costituzionale Tributario.
Mi interesso di vino: amo i bianchi aromatici ma soprattutto le bollicine.

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