Un Ettaro e Mezzo: la piccola vigna della famiglia Duilio che mi ha convinto (e commosso)

Ci sono assaggi che si dimenticano il giorno dopo e altri che restano appiccicati alla memoria. Le bottiglie di Un Ettaro e Mezzo, l’azienda di Montalto Pavese, zona Oltrepò, di Diego e del figlio Alessandro Duilio, appartengono senza dubbio alla seconda categoria. Tra le cose bevute quest’anno, le loro bolle sono state fra gli assaggi più convincenti ed emozionanti, e che dire del Pinot Nero rosato, che ancora mi fa tornare con la mente al bicchiere. Vini piacevoli e precisi, due aggettivi che sembrano semplici ma che nel mondo del vino sono tutt’altro che scontati.

La prima cosa che colpisce nei vini dei Duilio è la pulizia: aromatica, netta, e poi anche al sorso, dove tutto scorre senza intoppi né sbavature. Ho chiesto al giovane Alessandro quanto sia ricercata e quanto sia invece il risultato naturale del modo di lavorare. La risposta è lineare come i suoi vini:

«La pulizia è sicuramente qualcosa a cui teniamo molto, ma non è una cosa che inseguiamo a tutti i costi. Per noi nasce soprattutto dal modo in cui lavoriamo, dall’attenzione che mettiamo in ogni singolo passaggio. Abbiamo un ettaro e mezzo e questo ci permette di seguire tutto molto da vicino dalla vigna alla bottiglia, ci piace avere un approccio preciso ma senza essere troppo invasivi: preferiamo accompagnare l’uva e il vino piuttosto che trasformarli».

E ancora: «Crediamo che quella pulizia sia il risultato di questo equilibrio: tanto lavoro fatto a mano, tanta attenzione, poche forzature e la voglia di lasciare parlare il vino per quello che è».

Poi una citazione che mi è piaciuta molto, perché in fondo riassume un’intera filosofia: «Il grande Luigi Veronelli diceva: Piccolo podere, piccola vigna, vino buono!»

Nel bicchiere, però, c’è più della sola precisione. C’è emozione, e non sempre le due cose vanno a braccetto. Ad Alessandro ho chiesto quali scelte ritengano fondamentali per tenerle insieme.

«L’equilibrio nasce soprattutto dal cercare di intervenire il meno possibile sia in campagna che in cantina, ponderando al meglio ogni scelta. In vigna significa essere molto attenti, portando in cantina uve sane; durante la vinificazione cerchiamo di accompagnare il vino senza forzarlo, lasciandogli il tempo di esprimersi. La precisione viene dalla cura e dall’attenzione, mentre l’emozione, secondo noi, arriva quando si riesce a lasciare spazio al vino per essere se stesso».

C’è anche una dimensione di famiglia, che emerge con naturalezza: «Questo lembo di terra viene coltivato dalla nostra famiglia sin dai primi anni Sessanta, per cui, come diciamo in etichetta: è stato un atto d’amore!»

Parlando di Pinot Nero, vitigno tutt’altro che facile da coltivare e da interpretare, era inevitabile chiedere cosa rappresenti per i due fratelli. Ed è qui che si capisce da dove arrivino la delicatezza e la verità di bolle e rosato.

«Con i nostri vini vorremmo trasmettere soprattutto il legame che abbiamo con la nostra terra, la passione che vi è dietro. Il Pinot Nero ci ha conquistati proprio per la sua sensibilità. È un vitigno difficile, ma sa raccontare molto bene il posto in cui cresce».

E la sfida, per loro, è tutta in una frase: «Per noi la sfida è lasciargli esprimere quello che trova nel nostro territorio, senza volerlo cambiare. Quando, nel bicchiere, si riesce a riconoscere qualcosa della vigna da cui nasce, sentiamo che il vino ha davvero portato con sé un pezzo di quel luogo».

Il nome stesso, Un Ettaro e Mezzo, dice già molto della dimensione quasi artigianale del progetto. Così la nostra ultima domanda ha provato ad andare oltre profumi e schede tecniche: cosa deve restare a chi finisce il bicchiere?

«Ci piacerebbe che, alla fine del bicchiere, rimanesse soprattutto una sensazione: non tanto una caratteristica tecnica, ma quella di aver bevuto qualcosa di vero, fatto con cura e passione. Siamo una piccola realtà e tutto quello che facciamo è molto personale. Vorremmo che questo si sentisse nel bicchiere e che, una volta finito, venisse semplicemente la voglia di berne ancora, magari di condividere quel momento con qualcuno di speciale.»

Possiamo dire che ci sono riusciti. Davanti ai vini di Diego e Alessandro Duilio la voglia di riempire di nuovo il calice arriva senza bisogno di spiegazioni, ed è forse il complimento più sincero che si possa fare a un vignaiolo. Le bolle sono fresche, nitide, gastronomiche e per niente costruite; il Pinot Nero rosato è una piccola sorpresa che conquista per finezza e immediatezza. Sono vini che parlano di un luogo, di una famiglia e di una mano leggera, e che proprio per questo lasciano il segno.


La degustazione. Il Brut (18 mesi di affinamento sui lieviti) è la bolla della piacevolezza immediata. Perlage fine e ben cucito, naso che si apre su piccoli frutti rossi, agrumi e una nota di lievito delicata, mai pesante. Il sorso è fresco, scorrevole, con una sapidità che invita al sorso successivo. È il vino da aperitivo che però non si accontenta di fare l’aperitivo: regge senza fatica salumi, crudi di pesce e fritti.

L’Extra Brut ha più profondità e più tensione. I 40 mesi sui lieviti si sentono nella crosta di pane, nella pasticceria e in una frutta più matura, che si affianca alla freschezza senza coprirla. In bocca è asciutto, verticale, con un finale pulito e persistente. Qui la precisione di cui parla Alessandro diventa evidente: nessuna sbavatura, nessuna forzatura, solo un Pinot Nero che sa di cose fatte bene.

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